La sentenza del Tribunale Permanente dei Popoli sul Genocidio politico, impunità e crimini contro la pace in Colombia è stata emessa il 17 giugno 2021 a Bogotà. Il testo della sentenza – più di 100 pagine, con un’estensione della stessa ampiezza degli allegati – richiede una lettura diretta per apprezzare l’originalità e la densità dei contenuti, di cui si evidenziano gli elementi essenziali.

La giuria del TPP, composta da Raúl Vera, Andrés Barreda, Lottie Cunningham, Esperanza Martínez, Graciela Daleo, Daniel Feierstein, Luis Moita, Antoni Pigrau Solé, Mireille Fanon, Michel Forst, Philippe Texier, Luciana Castellina e Luigi Ferrajoli, ha riconosciuto lo Stato colombiano colpevole del crimine di genocidio, portato avanti nel corso dei decenni del XX secolo e con maggiore atrocità durante gli ultimi diciannove governi, con un ruolo centrale assunto dai governi presieduti da Álvaro Uribe Vélez (anni 2002 – 2010).

Il resoconto dettagliato delle prove presentate al processo, il contesto geopolitico e la rigorosa qualificazione giuridica, alla luce del diritto nazionale e internazionale, si articola in quattro sezioni principali. Lo spettro delle dimensioni e della gravità dei crimini commessi contro i gruppi nazionali più rappresentativi (popoli indigeni, neri afro-discendenti, gruppi contadini, organizzazioni sindacali, movimenti politici, leader sociali, movimento studentesco universitario) occupa la prima parte e propone la narrazione di una situazione di violenza strutturale e di terrore generalizzato. I crimini riconosciuti dal diritto internazionale, come crimini contro l’umanità e crimini di guerra, documentano una strategia pianificata ed efficace per distruggere l’identità del popolo colombiano, che è descritto attraverso documenti ufficiali come il “nemico interno”.

Il ruolo di primo piano svolto dagli Stati Uniti, dall’inizio del XX secolo, e con crescente intensità e sistematicità dal dopoguerra ai giorni nostri, viene analizzato con il supporto documentale di pubblicazioni e relazioni ufficiali che ne evidenziano il diretto coinvolgimento nella creazione e nel sostegno ininterrotto del paramilitarismo, che ha avuto la sua espressione più tragica durante il governo Uribe. Il culmine della tragedia dei “falsi positivi” è forse l’evento concreto e simbolico che sintetizza l’impatto di logica della violenza promossa che vede la popolazione civile trasformata in un oggetto senza difesa e senza diritti.

La lettura di una storia così lunga deve essere interpretata non come un susseguirsi di numerose “cronache” – di massacri, omicidi di leader e leader sociali, difensori dei diritti umani, giovani, donne, di ogni età ed etnia, che hanno visto come attori responsabili anche rappresentanti e interessi di poteri economici multinazionali – ma come il risultato di un vero disegno di genocidio, la cui analisi è al centro della terza parte della sentenza.

L’analisi giuridica, sociale e culturale di questo processo continuo nel tempo, attraverso la coerenza delle sue molteplici forme, coincide con la definizione più rigorosa del reato di genocidio. Il disegno permanente dello Stato rappresentato dai suoi governi oligarchici è stato quello di cancellare l’identità e l’autonomia dei popoli e dei gruppi umani che avevano, e continuano ad avere, una vita e un progetto diverso di futuro.

La quarta parte della sentenza, che ripercorre anche la continuità e la complementarità di questa sessione del TPP con i due antecedenti sull’impunità (1989-1991) e sulle imprese transnazionali (2006-2008), mette in evidenza, nel quadro complesso del genocidio, l’articolazione delle numerose violazioni dei diritti umani e dei popoli tradotti in crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Il contributo di questa parte giuridica è essenziale per consentire un orientamento ben documentato rispetto alle responsabilità degli attori (statale, militare, paramilitare, della resistenza armata, privato, nazionale e internazionale) che hanno incrociato i loro ruoli e interessi, con la commissione, nonché con l’omissione, dei fatti documentati nella prima parte.

La formulazione della decisione di condanna mette in evidenza con chiarezza i reati e i responsabili: la lettura di questa parte ovviamente centrale della sentenza, così come le raccomandazioni, può dare un quadro sintetico, drammatico e al tempo stesso propositivo del significato e degli obiettivi del lavoro del TPP.

Con una conclusione fondamentale: il TPP non è un tribunale penale, ma è uno strumento dei popoli: il rigore delle sue opinioni è un esercizio di verità che restituisce ai popoli-vittima l’identità, la coscienza, la dignità di soggetti della loro storia, che devono e possono continuare la loro lotta oltre l’impunità. Il grande evento dello sciopero generale e la sua feroce repressione è il commento più preciso sulla situazione attuale e sull’urgenza di questo parere, che vuole essere un contributo e un appello prima di tutto alla Commissione per la verità e una sfida all’opinione pubblica internazionale.

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