La tragedia del popolo Afghano ha radici profonde ed antiche che coincidono con una delle prime attività del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP): le due Sessioni di Stoccolma (1981) e Parigi (1992) furono convocate da rappresentanti della società civile europea che non accettavano di subire il duplice ricatto, da un lato, di una guerra di liberazione dal sottosviluppo sociale ed economico in nome del socialismo sovietico e, dall’altro, di una resistenza sostenuta da un mondo occidentale portatore di civiltà e democrazia. Nella logica della Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli, vero Statuto del TPP, occorreva dare una voce ed un potere di giudizio ai rappresentanti reali della popolazione afghana, esposta, tra l’altro, ad armi internazionalmente proibite. Essa rivendicava il rispetto del diritto all’autodeterminazione per schivare il destino, annunciato dagli accordi di Balfur, di un paese ridotto a territorio di scambio-conflitto dei poteri internazionali di turno.

La guerra scatenata 20 anni dopo dagli USA con il sostegno di tutti i paesi della NATO e dei regimi arabi alleati – con la scusa di combattere un terrorismo “islamico” che aveva portato al 9/11, e per entrare ancor più direttamente da protagonisti nello scenario di guerra già aperto con l’invasione dell’Iraq – si conclude con una sconfitta politico-militare inutilmente travestita come vittoria su un terrorismo che è diventato lungo 10 anni un protagonista mondiale, e che non ha nulla di “religioso” cui fare riferimento credibile.

Come il TPP ha ripetutamente documentato con particolare drammaticità nelle sue ultime sentenze sulla guerra (2002), sul genocidio del popolo Elam Tamil (2010-2013), del popolo Rohingya (2017), del genocidio politico del popolo colombiano (2021), solo le strategie che vedono i popoli come soggetto del loro diritto all’autodeterminazione ed allo sviluppo nella pace possono rappresentare la via di uscita – difficile, incredibile, ma necessaria. Non sono possibili, e sono ulteriormente generatrici di violazioni del diritto alla vita di popolazioni sempre più fragili, risposte centrate su muri che in nome della sicurezza continuano in altre forme la stessa logica di guerra.

Riconoscere la dignità inviolabile delle vittime ad un futuro di pace comporta un cambio di paradigma nella logica di interpretare un diritto internazionale che sia al servizio dei popoli e non uno strumento usato arbitrariamente, per interessi geopolitici ed economici, dalla comunità degli Stati.

La tragedia in corso contro il popolo Afghano impone l’obbligo ad almeno alcuni passi in questa direzione:

  • riconoscere, senza restrizioni, e sostenere con tutti i mezzi, il diritto del popolo afghano ad una migrazione protetta in paesi che li accolgano e non li respingano con la violenza illegale e illegittima di muri fisici e giuridici: i costi di queste accoglienze sono infinitamente minori di quelli della continuazione di logiche, pratiche, menzogne di guerra.
  • garantire in modo specifico la protezione della popolazione femminile, che ritorna ad essere esposta ad un vero genocidio: questa priorità è tanto più importante e deve essere la responsabilità diretta ed irrinunciabile di tutti gli attori istituzionali, sia per le implicazioni dirette sulle donne ed i minori afghani, sia per dare un segno di pace e di speranze a tutte le donne di una regione che vedono in quelle di Rojava un esempio incredibile di resistenza e creatività democratica.
  • Attivare tutte le iniziative politiche ed economiche di controllo del mercato delle armi, che è quello che permette, per vie legali e illegali, anche quel terrorismo che tutti gli Stati dicono essere il nemico principale, ma che di fatto proprio gli Stati, certo non solo della regione, promuovono come un capitolo irrinunciabile per i loro interessi economici e politici.
  • Dire la verità — che è la vittima trasversale del paradigma della guerra — sulle non-democrazie degli Stati (non solo regionali) che sono coinvolti nel più generale rifiuto della pace e del diritto internazionale come criteri di riferimento per un futuro dalla parte dei popoli di quella regione. Ne va della ultima credibilità di un futuro, di tutti, che possa ancora essere chiamato umano.
""