Il tormentato scenario siriano, nel quale si sono susseguiti gli attacchi sanguinosi al popolo curdo, voluti da Erdogan, e le migrazioni di massa dei civili in fuga dalla guerra, è reso ancor più drammatico dall’assenza della comunità degli Stati e dei suoi organismi rappresentativi, assenza che, con il trascorrere del tempo, si traduce in una sostanziale connivenza,

Di fronte alla evidenza e gravità di fatti – che integrano gravi crimini previsti dal diritto internazionale (crimini di guerra, crimini contro l’umanità, fino al vero e proprio genocidio) – le misure adottate e quella auspicate appaiono come dichiarazioni di impotenza della comunità internazionale. Così che la responsabilità per quanto avviene va estesa dagli autori diretti dei crimini al sistema di apparati politico-militari che sono da mesi co-protagonisti di strategie basate su ricatti reciproci.

In linea con la sua 46° Sessione e coerentemente con il suo Statuto, espressivo di un diritto che ha come indeclinabili punti di riferimento il riconoscimento e la difesa della soggettività dei popoli, soprattutto quando sono vittime di violazioni sistematiche di diritti, il Tribunale permanente dei popoli si associa a tutte le iniziative che mirano a denunciare e contrastare la brutale logica di potenza attuata in Medio Oriente.

Il Tribunale sente inoltre il bisogno di sottolineare che le vicende siriane sono l’espressione di un “sistema” di rapporti internazionali che sembra aver cancellato i diritti umani e i diritti dei popoli dalla sua agenda di valori e dalle sue prassi di azione e di intervento.

In quest’ottica i Curdi e le moltitudini di fuggitivi e di migranti prodotti dai conflitti in atto non sono considerati come persone ma trattati alla stregua di “oggetti” da scambiare, spostare, perfino annientare.

Il Medio Oriente, i cui confini sono l’esito irresponsabile e grave del colonialismo europeo, diventa sempre più il luogo di tragiche sperimentazioni nel quale poteri armati e interessi economici annichiliscono l’identità, e perciò la vita stessa, di popoli, di bambini, di donne, di uomini, in aperta violazione dei diritti umani fondamentali che rappresentano il cuore del nuovo diritto internazionale elaborato e voluto dalle Nazioni Unite.

Sappiamo che gli atti ostili e le persecuzioni in danno del popolo curdo rappresentano solo l’ultimo anello di una lunga catena che unisce regioni e popoli lontani (i Rohingya, il popolo palestinese, gli abitanti dello Yemen, le masse infinite e crescenti di rifugiati e di migranti). Ma ciò non fa che rendere più grave e colpevole l’inerzia della comunità internazionale e dei singoli Stati diversamente coinvolti.

Il TPP è perfettamente consapevole delle difficoltà di ricondurre le responsabilità “sistemiche” che denuncia ed i crimini che ne scaturiscono agli schemi tradizionali del diritto internazionale e dello Statuto della Corte penale internazionale.

Mai come oggi tuttavia omettere di chiamare per nome quanto succede integrerebbe il “crimine del silenzio”. Un silenzio intollerabile dinanzi alla distruzione di quanto il popolo kurdo, a Kobane, a Rojava, ad Afrin, stava realizzando, dimostrando la possibilità di una convivenza fondata sulle libertà, sulla tolleranza e sul rispetto dei diritti umani.

L’Ufficio di Presidenza del TPP confida che anche la sua presa di posizione possa concorrere alla formazione di una piattaforma diffusa di valutazioni e di sentimenti tra quanti, in tutto il mondo, non si rassegnano all’impotenza del diritto contro la forza, al fine di ridare ai popoli la loro visibilità, la loro voce, il loro ruolo di giudici dei violatori dei loro diritti e di reali protagonisti della storia rivolta al futuro.

 

Il Presidente:

Philippe Texier

 

I Vice-presidenti:

Luiza Erundina

Javier Giraldo Moreno

Helen Jarvis

Nello Rossi

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