
La Dichiarazione di Algeri è oggi facilmente reperibile sul web, accompagnata dalle informazioni essenziali sui suoi contenuti e sui protagonisti della sua elaborazione. Una grande assemblea di rappresentanti di movimenti di liberazione, di esuli dalle dittature (quelle di Brasile, Cile e Argentina erano al loro culmine), di giuristi ed economisti internazionali approvò il 4 luglio 1976 ad Algeri la Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli, concepita come necessario completamento e integrazione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite del 1948. I cinquant’anni da quell’evento, in un mondo ormai diventato “altro”, non sono un tempo di celebrazioni: quella qui proposta è una memoria rivolta al futuro, formulata dalla prospettiva del Tribunale Permanente dei Popoli, che ha cercato di tradurre operativamente la Dichiarazione attraverso le storie concrete raccontate dai molti popoli che hanno fatto ricorso al suo intervento.
Una premessa che collega il contesto originario all’oggi
La decisione di Lelio Basso di scegliere Algeri e la data del 4 luglio si collocava nel quadro delle domande e delle proposte sul futuro del diritto internazionale generate dalle Sessioni del Tribunale Russell II sulle dittature latinoamericane (Roma, Bruxelles, Roma, 1974-1976), che avevano formulato una diagnosi molto precisa: la conclusione del colonialismo ufficiale e classico, con la fine delle ultime colonie portoghesi e la sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam, richiedeva un cambiamento radicale nella concezione stessa dei diritti dei popoli e delle loro lotte per un’autodeterminazione non limitata a raccomandazioni e principi generali. Questo cambiamento poteva prendere avvio dalla lettura combinata di due realtà ormai tramutate in immaginari immodificabili delle politiche degli Stati.
Il 4 luglio coincideva con i duecento anni dell’indipendenza degli Stati Uniti, celebrati come modello di una democrazia di riferimento per l’intero mondo. Era importante rovesciarne, simbolicamente e con lucidità politica e giuridica, la memoria, richiamando le origini e la storia di una società fondata su profonde disuguaglianze razziali e progressivamente caratterizzata da pratiche discriminatorie, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale, attraverso l’esercizio del potere militare ed economico. La guerra del Vietnam, giunta alla sua conclusione con la sconfitta dell’intervento militare statunitense, e il consolidarsi delle dittature in America Latina, sostenute politicamente e militarmente dagli Stati Uniti, rappresentavano l’ennesima conferma di un’interpretazione del diritto internazionale posta, di volta in volta, al servizio dei poteri dominanti (secondo una medesima logica, pur nelle evidenti differenze tra le realtà dei due blocchi contrapposti nello scenario della guerra fredda).
La seconda realtà, coerente con la prima, era ancora più radicale. I popoli con cui si apriva solennemente, come soggetti inviolabili, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani erano rapidamente scivolati ai margini dell’evoluzione di un diritto che, a livello internazionale e nei più diversi contesti nazionali, vedeva la legalità degli Stati, quale che fosse la qualità della loro democrazia, prevalere sulla legittimità delle lotte per l’autodeterminazione dei popoli, di fronte a forme di colonialismo economico e militare che non avevano più bisogno dell’occupazione territoriale per esercitare il proprio dominio. Con una “novità” importante: nuovi attori multinazionali privati si sottraevano da ogni vincolo derivante dall’ordine internazionale dei diritti umani e diventavano alleati, sul piano militare, economico e culturale, di qualsiasi strategia volta ad ampliare il mercato. Già nel 1975 la seconda Sessione del Tribunale Russell II aveva documentato, soprattutto nei casi di Brasile e Cile, il ruolo svolto dalle imprese multinazionali nel sostegno economico, politico e anche repressivo ai regimi dittatoriali, favorito dalla sostanziale impunità garantita da un diritto internazionale privo di un’istanza giurisdizionale competente e indipendente, capace di riconoscere ai popoli voce, rappresentanza e giustizia. Si poteva allora soltanto affidare la propria speranza a quel soggetto, insieme reale e simbolico, incarnato dal leggendario mugnaio che, di fronte all’arbitrio del potere assoluto, confidava nell’esistenza di un giudice indipendente, riassunta nella celebre espressione “C’è un giudice a Berlino!”.
La memoria del Tribunale Permanente dei Popoli
La storia intercorsa da quella lucida diagnosi fino a oggi è stata narrata, dalla parte dei popoli, da un organismo dalle risorse limitate ma caratterizzato da una costante continuità di impegno: il Tribunale Permanente dei Popoli, che ha fatto della Dichiarazione di Algeri il fondamento della propria missione istituzionale e operativa, costituendosi come tribuna pubblica di visibilità e di presa di parola dei popoli vittime di violazioni. Le evidenze, al di là di ogni ragionevole dubbio, sulle responsabilità individuali, sistematiche e sistemiche vengono accertate secondo le regole di un procedimento ispirato a quello processuale, per concludersi con una sentenza rigorosamente motivata, documentata e pubblica. Pur non comminando pene, le sentenze chiamano le responsabilità con il loro nome e rendono giustizia attraverso l’accertamento della verità di ciò che accade nella storia dei popoli reali, troppo spesso nel più grande silenzio e nella connivenza dei poteri formali.
Anche la sola lettura dei titoli delle sentenze pubblicate sul sito del TPP (ormai 57, che ripercorrono mezzo secolo di storia dei popoli e delle loro lotte per i diritti) permette di riconoscere la tormentata evoluzione del diritto internazionale nella sua impotenza strutturale ad assumere il rispetto dei diritti dei popoli come criterio di giudizio. I nomi, i ruoli, le identità pubbliche o private dei poteri che producono vittime (attraverso l’intero spettro dei crimini contro l’umanità, dei crimini di guerra e delle violazioni sistematiche del diritto alla vita) cambiano; rimane invece costante l’esclusione, la negazione e la cancellazione dei soggetti legittimi di diritti fondamentali dalla possibilità di vederli riconosciuti, esercitarli e ottenerne la riparazione.
Anche quando la Corte penale internazionale diventa operativa, tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo, il silenzio connivente e complice degli Stati, così come degli organismi internazionali, continua a essere parte di un sistema di impunità che tutti riconoscono ufficialmente come inaccettabile e come indicatore di inciviltà, ma che trova proprio nei poteri di turno il proprio garante, diretto o indiretto. Non importa quanto solide siano le evidenze delle responsabilità, fino a configurare i più gravi crimini internazionali.
Al di là della documentazione autorevole di giudizi che la storia non ha mai smentito, il cammino del TPP coincide con la straordinaria capacità dei popoli di affermare, attraverso la continuità della loro resistenza e la creatività della loro resilienza, il diritto e la dignità di non accettare mai come proprio destino nessuna delle “fini della storia” prospettate dai repressori. Tre sessioni meritano di essere richiamate, sia pure brevemente, per la loro particolare rilevanza.
Nel 1988, a Berlino ovest, alla vigilia della caduta del Muro, il TPP chiamò a giudizio, su iniziativa dei movimenti europei e internazionali, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. La loro missione istituzionale era promuovere l’accessibilità universale ai diritti fondamentali; le loro pratiche avevano invece prodotto e imposto modelli di sviluppo che facevano dei diritti umani una variabile dipendente dalla disponibilità delle risorse e dai criteri di sostenibilità, riducendoli, di fatto, all’applicazione di ricette economiche predeterminate.
Nel 1992, in occasione delle celebrazioni del quinto centenario della cosiddetta “scoperta” dell’America, una sessione autoconvocata mise in evidenza come proprio allora fossero state poste le radici del diritto internazionale degli Stati, fornendo al più grande genocidio della storia nomi e giustificazioni capaci di trasformarlo in un’impresa di civiltà e di evangelizzazione: un peccato originale rimasto resistente a ogni tentativo di redenzione.
Nel 2003, la riabilitazione della guerra, in contrasto con le storiche proibizioni del suo ricorso che avevano caratterizzato il diritto internazionale e costituzionale nel secondo dopoguerra, venne indicata come il superamento di una frontiera che negava la stessa civiltà del diritto. Chi detiene il potere può infatti, contro o prescindendo da qualsiasi evidenza, dichiarare che la distruzione di chi viene definito, con qualsiasi nome, “nemico” costituisce un’operazione legittima, se non addirittura obbligatoria, in nome della difesa di qualunque presunto valore.
Non è difficile riconoscere nei passaggi appena ricordati, e affrontati dal TPP in tempo reale attraverso analisi, decisioni e raccomandazioni molto concrete, il cammino che conduce alla situazione attuale del diritto. Resta tuttavia un’ultima, ma centrale, osservazione, relativa a uno scenario che domina non solo la realtà, ma anche gli immaginari contemporanei, e che obbliga a interrogarsi su un futuro del quale sono certe soltanto le domande più difficili.
La storia raccontata dai popoli lungo questi cinquant’anni ha avuto il genocidio come compagno di strada, quale denominatore comune – ufficialmente innominabile – di tutti i crimini che hanno come obiettivo e come prassi la negazione del diritto all’esistenza di gruppi umani considerati minacce, nemici o ostacoli ai modelli di vita imposti dal potere di turno: i desaparecidos argentini, le popolazioni indigene del Guatemala, la memoria del popolo armeno, del Timor Est, dell’Eelam Tamil, dei popoli indigeni del Canada, per citare solo alcuni dei numerosi casi esaminati dal TPP. Gaza rappresenta oggi l’ultima e più radicale sintesi di questa storia, come testimonia il più recente rapporto sull’ “esecuzione” dei suoi bambini. Una situazione doppiamente disumana: per la lucidità della sua pianificazione e della sua esecuzione, e per la perversione della connivenza e dell’alleanza del sistema internazionale degli Stati, alla quale si aggiunge l’impotenza, ormai rassegnata, dei suoi strumenti di controllo.
Il «genocidio sempre in corso» è ormai oggetto della cronaca quotidiana. Si direbbe quasi che la volontà, apertamente esibita, di fare del genocidio uno strumento impunito della geopolitica finisca per renderlo un fatto sempre più normale.
Con crescente evidenza, nel corso degli anni, altri crimini – genocidari? contro l’umanità? – colpiscono altri popoli: quello, sterminato, visibilissimo e universale, dei migranti; quello, nascosto e perciò più facilmente ignorato, delle vittime registrate nelle statistiche dei morti evitabili, in gran parte bambini, per fame e diseguaglianze; quello delle popolazioni coinvolte in conflitti alimentati anche dal mercato delle armi, come in Sudan; quello delle comunità colpite dalle industrie estrattive nel Congo, ancora una volta con i bambini tra le principali vittime; quello delle “minoranze”, nelle loro più diverse declinazioni, etniche e non solo: i Rohingya, i Curdi, le donne afghane…
Un tempo di domande difficili
La Dichiarazione di Algeri rappresentava un tempo che aveva come orizzonte di fondo, al di là di tutti i conflitti e gli interessi, la convinzione che costituzioni come quella italiana e le Dichiarazioni e Convenzioni internazionali promosse dalle Nazioni Unite fossero certamente imperfette, ma costituissero progetti aperti di ricerca e di confronto, orientati, pur tra contraddizioni e arretramenti, in una direzione riconoscibile: quella del progresso dei diritti.
Era molto chiaro che la storia, come ricordava uno scrittore quale Eduardo Galeano, voce dell’America Latina del realismo magico e della resistenza alle dittature, non è fatta di utopie nel senso dell’irrealizzabile. Le utopie, per definizione, sono un orizzonte verso il quale camminare. I popoli dovevano essere i soggetti di questo cammino permanente. Senza illusioni, ma senza rinunce. Un cammino da condividere e da ripensare continuamente, all’altezza delle sfide di ogni tempo.
La novità più profonda raccontata sopra da parte di quel nucleo di popoli che si sono riconosciuti, reinterpretandola, nella Dichiarazione, può essere riassunta, in modo paradossale, nel carattere progressivamente regressivo assunto dall’evoluzione del diritto internazionale e umanitario. Formalmente, le sue strutture portanti sono state addirittura rafforzate. Le Corti internazionali sono lì a ricordarlo. È altrettanto evidente, tuttavia, che il ruolo del diritto come termine di riferimento si è progressivamente svuotato, non solo nella sua operatività, ma, più profondamente, nell’immaginario e nell’autolegittimazione dei poteri che decidono. L’adozione della guerra come componente essenziale della diplomazia, oltre che come capitolo dominante dell’economia, è una delle espressioni più chiare di questa trasformazione dei poteri politici.
Gaza, lo si è ricordato sopra, riassume l’altro svuotamento, ancora più radicale: il genocidio può – anzi, per molti, deve – essere parte dello sguardo prima ancora che delle prassi del potere. E, non sullo sfondo, ma al centro e in modo assolutamente pervasivo, emerge il dato più evidente di questo svuotamento: il diritto universale degli esseri umani alla dignità e all’autodeterminazione è operativamente decaduto, perché l’appropriazione violenta della legalità economico-finanziaria da parte di pochi non riconosce né responsabilità né giudici. La disuguaglianza è diventata una regola inviolabile: la si deplora, la si dichiara inaccettabile, ma la si continua a rispettare.
Un promemoria attuale e necessario
Non è questa la sede per analisi più o meno affidabili sul futuro. La Dichiarazione di Algeri è (al presente: non come testo che appartiene al suo tempo, ma come conferma di una metodologia-scelta-cultura) un promemoria ancora più attuale della caratteristica più obbligatoria del diritto dei popoli: non subire il racconto della propria storia e, soprattutto, del proprio destino da parte di chi ritiene di esserne padrone. Con i nomi più diversi, le analisi geopolitiche documentano soltanto la violenza intollerabile, fino all’inumano, con cui si gestiscono l’assenza di una direzione e la scelta dell’ambiguità e del caos come metodo di governo: sacrificando, senza alcuna pietà, in piena lucidità e nella menzogna, le vite dei popoli reali. La guerra in Ucraina (non la si è dimenticata) è lo scenario riassuntivo, complementare a Gaza, della fine operativa del diritto internazionale, umanitario, politico ed economico: gli esseri umani sono la parte disposable, senza se e senza ma, con riti formali di scuse, perché non c’è altro da fare.
La risposta più completa sul futuro è stata data, in modo inequivocabile, dalle moltitudini che si sono identificate nel “Free Palestine” e dalla repressione che ne è seguita, calpestando, non importa che cosa, anche i diritti di garanzia delle cosiddette democrazie.
Le manifestazioni massicce, trasversali per età, contesti e culture, sono state il grido di visibilità e rappresentatività di tutti quei popoli che si rivolgono a minoranze concrete e simboliche (come quella nata da Algeri del TPP) per affermare la propria identità e specificità di esistenza: anzitutto come rifiuto del crimine più antico e profondo, quello del silenzio e, perciò, della menzogna di una storia narrata dall’uno o dall’altro dei padroni-coloni della storia; con o senza AI, con prassi da motosega o attraverso distruzioni ambientali (dall’Amazzonia alla Colombia, dal Cerrado al West Papua, solo per ricordare alcuni casi concreti), che documentano la stretta complementarità, condivisa e impunita, di ecocidi e genocidi.
I popoli non sono la minoranza della storia. Il loro futuro, profondamente diverso da quello spesso annunciato come inevitabile, è reso possibile anche da alcune esemplari diagnosi-prognosi tecniche globali che hanno riportato al centro un termine apparentemente semplice come justice: una parola che, al di là della sua apparente vaghezza, contiene implicazioni concrete e precise. La non accettazione del ricatto del “così è”, del TINA (There Is No Alternative), rappresenta il primo passo, fondamentale, verso la costruzione di alternative possibili.
“Diritti dei Popoli” era il termine, dottrinalmente, giuridicamente e politicamente provocatorio, che la Dichiarazione di Algeri richiamava come traduzione e obiettivo delle “buone intenzioni” del Preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che indicava nei popoli i soggetti della storia. La sua attualità è, tragicamente, ancor più intatta oggi, nella regressione inumana del diritto internazionale.
La visibilità delle vite reali dei popoli, e la loro presa di parola trasparente – sugli ostacoli, antichi, ma soprattutto sempre nuovi, che pretendono di negarne l’identità di soggetti, e sulla concretezza urgente dei loro diritti – rimangono i criteri permanenti di una memoria disincantata e di futuro.
Simona Fraudatario e Gianni Tognoni
L’articolo è stato pubblicato su Volere la luna il 3 luglio 2026
