“Orme sulla sabbia”
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O’nehsaronhkwà:ke Tekaianón:ni
Ne kí:ken ne Tehotiia’toréhtha nikentiohkó:ten, ne ne Permanent People’s Tribunal. Teionkwatonhontsó:ni taiethinonhwerá:ton ne akwé:kon ne Haudenosaunee, né:’e tsi ronónha raononhóntsa kén:’en, tsi nón:we ionkwatia’taró:ron ón:wa wenhniserá:te.
Ionkwaterahswi:io tsi kén: tho, Haudenonhsionní:ke, ionkwatia’teró:ron ón:wa wenhniserá:te. Tánon iotshennónnia’t tsi shé:kon ratíhsere ne Kaianerahserahkó:wa, ne: ne Kaianerehkó:wa. Teiethinonhweratónhseke tsi wahsonkwana’tón:hahse ne konnoronhkhwá:tshera, karihwakwenniénhsta, skén:nen, tánon kahsatsténhsera.
Kanihsténhsera kontinónhnha ne ionkhi’nihsténha ohóntsa, thó niionkwarihò:ten ne Haudenonhsión:ni.
Tánon kanihsténhsera tionkhiiá:wis tsi niionkwen’tarò:tens, iorihowá:nen thí:ken, né:’e tsi né: wáthró:ris tsi ní:tsi aionkwatsénhaien. Shé:kon tho ní:ioht ón:wa wenhniseraténion.
Ón:wa wenhniserá:te, entewehiá:rake tsi naiá:wen’ne, tsi nón:we ne Indian Residential school, Koráhne nonkwá:ti. Tsi nahotia’tawèn:’en ne é:so rá:ti Ratiksa’okòn:’a, ísi’ nón:we tsi iorihwákste tsi niiá:wen’ne.
Tiótkon eniethiianonhtónnionhwe ne á:se tenhatikonhsontón:tie rotirihwá:ke, aiá:wens tsi skenen’kó:wa akénhake ne ronónha raotirihwá:ke, tánon konnoronhkhwá:tshera enhatihá:wike. Thó nitewaia’tò:ten ne Haudenosaunee, tho ní:tsi tewanonhtón:nion, tánon akwé:kon né: ionkwaterihwaién:ni.
Ionkwaterihwaién:ni ne aké:kon aionkwaió’ten ne á:se tenhatikonhsontóntie raotirihwá:ke, ne skén:nen akénha tsi ionhontsá:te. Tho ká:ti naiohtónhake ne onkwa’nikòn:ra.
Di Katsi’tsá:kwas Gabriel
Traduzione di Kahtehrón:ni
(Traduzione italiana)
I giudici desiderano riconoscere gli Haudenosaunee, le cui terre ospitano la sessione del Tribunale.
Queste terre sono l’origine dei popoli Haudenosaunee, la cui costituzione, la Grande Legge della Pace, Kaianera’kó:wa, garantisce una guida verso la pace basata su amore, rispetto, forza e coraggio.
Secondo la nostra costituzione, la Kaianera’kó:wa, le donne detengono il titolo di proprietà delle terre. I nostri clan sono ereditati dalle nostre madri e il nostro sistema di clan è alla base del nostro governo.
Oggi onoriamo e ricordiamo i bambini che non sono mai tornati a casa e che sono stati vittime di sparizione forzata, portati nelle scuole residenziali per bambini indigeni.
E quelli che sono sopravvissuti.
Secondo la nostra tradizione Haudenosaunee, crediamo che i volti che verranno ci osservino mentre prepariamo loro la strada affinché possano giungere in un luogo d’amore, compassione, comprensione e sicurezza, dove possano essere amati e accuditi per ciò che sono, come Popoli Onkwehonwe.
Il nostro ruolo è proteggere il loro arrivo dal piano spirituale e garantire che il lavoro che svolgiamo sostenga la loro sopravvivenza; che le decisioni che prendiamo oggi vadano a beneficio delle generazioni future.
Il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP)
Il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) è un tribunale d’opinione internazionale fondato nel 1979 sulla base della Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (Algeri, 1976). Fin dalla sua istituzione, il TPP ha svolto una funzione di forum indipendente per garantire visibilità, testimonianza e giustizia ai popoli vittime di gravi forme di repressione e negazione dei loro diritti fondamentali all’autodeterminazione, alla dignità e all’esistenza collettiva, in particolare in situazioni in cui non erano disponibili meccanismi istituzionali competenti, accessibili o imparziali.
L’eterogeneità e la ricorrenza dei 56 casi esaminati finora dal TPP evidenziano il persistente divario tra le richieste di giustizia avanzate dalle popolazioni colpite e la persistente incapacità dell’attuale sistema giuridico e politico di fornire risposte adeguate.
Pur operando in stretta conformità con i principi del diritto internazionale, il Tribunale pone le vittime e i sopravvissuti alle violazioni dei diritti umani al centro delle proprie procedure, riconoscendoli non solo come testimoni, ma anche come soggetti e protagonisti primari del processo. Per ogni sessione, il TPP nomina una giuria internazionale sulla base di competenze, esperienza e imparzialità.
La 57ª sessione sui bambini indigeni scomparsi e fatti sparire e le sepolture senza nome in Canada è stata convocata su richiesta del Native Women’s Shelter di Montreal, con il sostegno di diverse organizzazioni, affinché il Tribunale rispondesse alla necessità di verità, visibilità e responsabilità rispetto agli abusi commessi nei confronti dei bambini indigeni, delle loro famiglie e delle loro comunità, garantendo che i sopravvissuti e le popolazioni colpite fossero finalmente ascoltati e riconosciuti.
La giuria è composta da Frances Webber (Regno Unito) e Valmaine Toki (Nuova Zelanda), in qualità di copresidenti, insieme a Carlos Beristain (Spagna), Carlos Castresana (Spagna), Katsi’tsakwas Ellen Gabriel (Canada), Seánna Howard (Canada-Stati Uniti) e Andrew Woolford (Canada).
Il team dell’accusa è stato composto da Christa Big Canoe, Sarah Glickman, Brianna Rowe (Aboriginal Legal Services) e Alisa Lombard (Lombard Law), le quali hanno avuto il compito di presentare l’Atto di accusa e di raccogliere le prove.
La sessione si è svolta in quattro giorni di udienze secondo il programma pubblico, presso il daphne Art Centre di Montreal. Il Canada è stato invitato a presenziare e a presentare la propria difesa dalle accuse, ma non ha fornito alcuna risposta al Tribunale. Le informazioni relative alla sessione sono state trasmesse anche alle istituzioni internazionali competenti, alcune delle quali hanno manifestato interesse a seguire i lavori e a ricevere la presente Dichiarazione Preliminare.
Dichiarazione dei giudici
Noi, giudici del TPP, non ci sono riuniti in questa occasione per produrre un ulteriore rapporto tra i numerosi già esistenti. Siamo stati chiamati a rispondere all’Atto di accusa e a giudicare la responsabilità del Canada, ai sensi del diritto internazionale, per i crimini di genocidio e contro l’umanità.
Durante la scorsa settimana abbiamo avuto il privilegio di entrare in contatto con la cultura di alcune comunità indigene del Canada. Esprimiamo la nostra gratitudine e il nostro riconoscimento per la bellezza e la saggezza manifestate attraverso la cerimonia di apertura del fuoco sacro e le cerimonie quotidiane di apertura e chiusura, per il calore, il sostegno, l’ospitalità e l’amicizia che ci sono stati offerti, nonché per il coraggio e la dignità dei Sopravvissuti che hanno testimoniato e per la forza e la tenacia di coloro che per decenni hanno lottato per il riconoscimento, la responsabilità e la riparazione.
Il nostro mandato è consistito nell’esaminare, alla luce del diritto internazionale, i casi di bambini indigeni scomparsi, le sepolture senza nome e la sterilizzazione forzata delle donne indigene.
I testimoni hanno parlato dell’allontanamento forzato, voluto dallo Stato, dei bambini indigeni dalle loro comunità e famiglie, e del loro trasferimento in scuole residenziali gestite dallo Stato e dalla Chiesa. Spesso, all’insaputa o senza il consenso dei genitori, i bambini venivano ulteriormente trasferiti in altre istituzioni, tra cui riformatori, ospedali per indigeni e case di cura.
Tra 4.000 e 6.000 bambini hanno perso la vita in queste istituzioni, o poco dopo averle lasciate (a volte scappando), fino al 1997, quando l’ultima scuola, la Kivalliq Hall a Rankin Inlet, nel Nunavut, è stata chiusa. La sorte o il luogo in cui si trovano molti altri restano sconosciuti; altri sono stati adottati.
Molti testimoni, tra cui il dottor Scott Hamilton, hanno affermato che è probabile che questi numeri siano una grave sottostima e che, senza ulteriori indagini, rimangano provvisori e incompleti. “Non sappiamo quello che non sappiamo”.
I certificati di morte disponibili per i decessi nelle scuole indicano che quasi la metà di essi fu causata dalla tubercolosi. I testimoni hanno raccontato che i bambini erano denutriti, costretti al digiuno, sottoposti a esperimenti nutrizionali e medici e a lavori forzati, e che vivevano in condizioni di freddo e sovraffollamento che li rendevano vulnerabili alle malattie.
Come ha detto una Sopravvissuta “a loro non importava, il punto era questo” (Audrey Hill).
Un racconto particolarmente straziante è stato quello di una bambina di quattro anni affetta da tubercolosi, che fu isolata in una tenda gelida nel cortile della scuola per morire da sola, in quanto “sarebbe morta comunque”. Spesso i genitori venivano informati della morte del figlio in ritardo o non venivano informati affatto. Sembra che lo stesso Stato che aveva finanziato il trasporto di circa 150.000 bambini in treno, barca e aereo per centinaia di chilometri verso le scuole residenziali, non abbia poi pagato per restituire le salme alle famiglie, così che i genitori potessero onorare le anime dei loro figli.
I sopravvissuti hanno raccontato di essere stati sottoposti a dure discipline e punizioni, come l’uso di cinghie e l’isolamento per aver parlato la loro lingua o per aver aiutato altri bambini. Una testimone, Audrey Hill, ha raccontato di essere rimasta chiusa in un armadio buio per giorni, senza cibo né acqua. Come ha spiegato una Sopravvissuta, “si trattava di un regime autoritario sui bambini” (Robbie Hill).
Sappiamo che migliaia di bambini sono stati vittime di abusi sessuali da parte dei membri del clero e del personale. Abbiamo ascoltato la testimonianza diretta di Leo Nicholas, un Sopravvissuto che ha dichiarato: “Mi hanno chiamato Leo il Bugiardo” dopo aver denunciato ad un agente di polizia gli abusi sessuali subiti.
Abbiamo ascoltato testimonianza della sterilizzazione forzata delle donne indigene finanziata dallo Stato, incluso il racconto di una donna che, all’età di 17 anni, è stata sterilizzata durante il parto, mentre si trovava in condizioni di salute precaria e veniva trattenuta contro la sua volontà. Le testimoni hanno condiviso le loro esperienze di razzismo da parte degli operatori sanitari, che le hanno definite non adatte a essere madri e hanno affermato che non avrebbero dovuto avere altri figli. Queste donne sono state sottoposte a pressioni da parte dei medici, i quali mentivano sull’irreversibilità della sterilizzazione. Come ha sottolineato la testimone Kahsenniyo Kick: “La maternità è una responsabilità sacra”.
Il Tribunale non ha difficoltà ad accettare che questo modello di atti compositi costituisca un genocidio. Nel diritto internazionale, il genocidio non deve necessariamente comportare uccisioni di massa. Può essere un processo lento e continuo, che si svolge lungo secoli.
In Canada, gli atti genocidi includono il trasferimento forzato di bambini da una comunità all’altra; l’imposizione di misure volte a impedire le nascite; e l’inflizione di gravi danni fisici e mentali ai membri del gruppo con l’intenzione di distruggerlo in quanto tale.
L’intento genocida alla base dell’allontanamento forzato dei bambini era esplicito: le scuole residenziali per i bambini indigeni, infatti, sono state una manifestazione concreta delle politiche coloniali canadesi, espresse nell’Indian Act, volte all’eliminazione dell’identità indigena, attraverso la negazione della sovranità e della nazionalità indigene, l’occupazione delle terre indigene e la cancellazione del diritto, delle lingue e delle culture indigene.
Le atrocità inflitte ai corpi e agli spiriti dei bambini nelle scuole e alle giovani donne negli ospedali, le migliaia di morti di bambini negli ospedali segregati, le sepolture senza nome e le ceneri dei bambini nelle fornaci sono la manifestazione fisica di un colonialismo genocida che ha sfruttato, bramato e sequestrato terre e risorse indigene.
Le prove hanno dimostrato il tentativo di distruzione sistematica dei legami che strutturano i rapporti tra terre, sovranità e comunità indigene rappresenta un genocidio, come riconosciuto dalla Commissione per la verità e la riconciliazione del Canada (Truth and Reconciliation Commission, TRC), dall’Inchiesta nazionale sulle donne e ragazze indigene scomparse e uccise (National Inquiry into Missing and Murdered Indigenous Women and Girls, MMIWG), dall’Interlocutore speciale indipendente per i bambini scomparsi, le sepolture anonime e i siti di sepoltura collegati alle scuole residenziali indiane (Independent Special Interlocutor for Missing Children and Unmarked Graves and Burial Sites Associated with Indian Residential Schools, OSI) e dal Parlamento canadese.
Non vi è dubbio che i crimini contro i popoli indigeni, discussi durante le udienze pubbliche, quali sparizioni forzate, tortura, violenza sessuale, schiavitù, persecuzioni e altri atti e omissioni disumani, come la mancata tutela di condizioni di vita sicure e sane, sistematicamente perpetrati nei confronti di bambini, donne e famiglie indigene, costituiscano crimini contro l’umanità, secondo il diritto internazionale.
“Ha distrutto la famiglia così all’improvviso,” ha dichiarato il Sopravvissuto George Diamond.
Violazioni continue
Tutto questo è noto. È stato già ampiamente documentato.
I risultati delle ricerche della TRC, del MMIWG, dell’OSI e del Vaticano, nonché la risoluzione unanime del Parlamento, hanno riconosciuto il sistema delle scuole residenziali come un sistema genocida. Il Canada ha la responsabilità legale, morale e politica delle proprie azioni e omissioni, che fanno parte di una politica sistematica di assimilazione, espropriazione e distruzione diretta delle popolazioni indigene.
Inoltre, la responsabilità del Canada nei confronti dei propri popoli indigeni per il genocidio e i crimini contro l’umanità non è solo storica, ma anche contemporanea e continua. Il colonialismo rimane alla base del rapporto tra il Canada e le popolazioni indigene. Il trauma e il danno psicologico che ne deriva hanno una dimensione collettiva che colpisce le generazioni successive di bambini, famiglie e comunità. Lo stigma, la vergogna culturale e il senso di colpa dei Sopravvissuti sono tra le ragioni del loro silenzio.
La giuria ha ascoltato i racconti di diversi testimoni che hanno descritto i profondi danni causati dalla separazione forzata di famiglie e dalla denigrazione e distruzione della lingua e cultura indigena; le gravi ripercussioni psicologiche degli abusi sessuali; le punizioni inflitte ai bambini per aver aiutato altri bambini; la violenza intergenerazionale da parte di genitori che furono abusati da piccoli; la paura di chi fu abusato di mostrare affetto ai propri figli una volta adulto; e la perdita dell’identità e il distacco dalla propria cultura che portarono all’innalzamento dei tassi di suicidi e a gravi problemi di salute mentale diffusi nelle comunità.
Questi sono gli effetti continui del genocidio e dei crimini contro l’umanità. Nel diritto internazionale, la responsabilità dello Stato per le violazioni persiste finché queste non cessano e non vengono risolte. Rimediare al danno non significa solo porre fine agli atti genocidi e ai crimini contro l’umanità; la cessazione è solo il primo passo.
Restituzione significa rimettere la vittima nella posizione precedente alla violazione, compito impossibile nel caso di un’infanzia rubata. Le riparazioni, invece, mirano a riparare il danno e a garantire che non si ripeta. Gli obblighi di riparazione includono lo svolgimento di indagini per identificare e localizzare i resti di ogni salma; la protezione dei luoghi di sepoltura; identificare e localizzare i bambini “scomparsi” adottati illegalmente; localizzare e punire gli autori di atti crudeli e abusi sessuali; indagare il personale medico che inganna e costringe le donne indigene a essere sterilizzate; fornire informazioni esaustive sui registri delle scuole residenziali e garantire l’accesso libero ad archivi e registri per famiglie e le comunità; e la restituzione delle terre rubate.
Per quanto scioccanti siano le prove delle violazioni passate, altrettanto scioccante è l’indifferenza del Canada nei confronti dei propri crimini. Nonostante abbia istituito organismi come la TRC e l’Ufficio dell’Interlocutore Speciale, il Canada ha negato loro la possibilità di coinvolgere i Sopravvissuti nelle ricerche e ha limitato i finanziamenti, ostacolando indagini esaustive. Queste istituzioni e le loro accuse di genocidio hanno suscitato poco più di un’alzata di spalle. Il Canada ha ignorato la maggior parte delle raccomandazioni o ha fatto il minimo indispensabile per poter affermare di “continuare a lavorare con le comunità indigene”. Tutti i Sopravvissuti, i testimoni e gli esperti hanno sottolineato la mancanza di un impegno autentico, di un senso di urgenza o di interesse da parte del Canada nel porre rimedio alle violazioni.
Il Canada non rispetta i propri obblighi giuridici internazionali di indagare e punire i crimini denunciati dai Sopravvissuti e dalle famiglie che hanno perso i propri figli. Mentre i gruppi di Sopravvissuti cercano le loro vittime e provano a individuare i luoghi di sepoltura, il governo dispone di 27 milioni di documenti contenenti le informazioni necessarie che non mette a disposizione delle comunità. Il governo non si sta, inoltre, impegnando per impedire la distruzione imminente delle testimonianze del Survivors’ Independent Assessment Process, che verranno rese segrete per motivi di privacy, o per avvertire i testimoni dell’imminente distruzione delle relative documentazioni.
Le vittime, i sopravvissuti agli abusi e le famiglie dei bambini scomparsi, che hanno sopportato il peso del tentativo di distruzione della loro identità, delle loro famiglie, della loro cultura, delle loro tradizioni, delle loro strutture di governo, della loro dignità e della loro stessa esistenza, sono state costrette a sopportare anche il peso delle indagini in corso sui crimini subiti. La mancanza di informazioni e di indagini esaustive provoca gravi danni al benessere psicologico individuale e collettivo, ostacola i processi di elaborazione del lutto e di guarigione e impedisce la ricostruzione di un rapporto con lo Stato canadese, nei confronti del quale il Tribunale rileva una profonda sfiducia.
Il governo si è dimostrato un partner riluttante nel processo di riconciliazione, fornendo un aiuto scarso e finanziamenti sporadici strumentalizzati come forma di controllo. La giornalista investigativa Tanya Talaga ha dimostrato l’enorme impegno di tempo e risorse necessario per stabilire cosa sia successo alle vittime e ai loro luoghi di sepoltura. Scott Hamilton e Laura Arndt hanno descritto l’enorme mole di lavoro e risorse necessarie per identificare e documentare i luoghi di sepoltura, rese ancora più difficili dalla mancanza di accesso completo ai documenti governativi e ecclesiastici. È fondamentale che le famiglie e le comunità possano onorare gli spiriti dei loro defunti con l’accesso alla documentazione e ai finanziamenti necessari per questo compito. Il Canada non ha protetto i luoghi di sepoltura già noti e molti di essi sono stati destinati a un uso privato.
Intanto il Canada continua a distruggere vite indigene, strutture comunitarie e familiari, cultura e identità attraverso il continuo allontanamento forzato dei bambini dai genitori, in molti casi senza tentare un collocamento culturalmente appropriato, e continua a tollerare la sterilizzazione delle donne senza consenso attraverso la mancata applicazione delle leggi penali sulle aggressioni. Gli atteggiamenti coloniali persistono nella continua invasione delle terre indigene per attività estrattive che inquinano le terre, le rendono inabitabili e causano malattie; e nell’incapacità di fornire assistenza sanitaria adeguata e acqua pulita alle comunità indigene. A questo si aggiunge che i difensori delle terre indigene vengono sorvegliati e perseguiti.
Impunità, negazionismo e razzismo
Le Sopravvissute alle violenze sessuali hanno riferito di essere state duramente punite per aver denunciato gli abusi, un fenomeno che Kimberly Murray inquadra nella logica della cosiddetta “amnistia dei coloni”, ossia l’assenza sistematica di perseguimento dei responsabili. L’autoamnistia del Canada perpetua e incoraggia il negazionismo e il razzismo contro i popoli indigeni, e si è altresì manifestata nei negoziati per escludere il genocidio culturale dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, nelle omissioni dal testo della Convenzione quando è stata recepita nel diritto interno, nella mancata ratifica della Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate, nel non aver inserito l’apartheid, le sparizioni forzate, l’allontanamento forzato dei bambini e la sterilizzazione forzata nella legislazione domestica.
Le testimonianze hanno evidenziato che l’indisponibilità del Canada di rilasciare risorse necessarie per indagare a fondo sulle sepolture senza nome ha alimentato il negazionismo e lo scetticismo pubblico riguardo alla morte dei bambini, dal momento che nessun corpo è stato riesumato. I testimoni hanno inoltre spiegato che molte famiglie non vogliono riesumare i resti dei propri figli, dal momento che preferiscono seguire i propri protocolli culturali e cerimonie.
Conclusione
Nelle azioni e omissioni dello stato, si osserva un persistente disprezzo per la vita delle popolazioni indigene, la negazione della loro sovranità sui documenti, sulla terra e sui corpi, nonché altre violazioni dei loro diritti. Questo prassi rivela chiari segnali di un genocidio in atto.
Questo modello di condotta implica che le autorità canadesi abbiano adottato una strategia volta a eludere le proprie responsabilità ai sensi del diritto internazionale, collocando il Canada in una condizione deliberata di disprezzo nei confronti della comunità internazionale, attraverso la mancata osservanza dei propri obblighi internazionali e lasciando i popoli indigeni privi della protezione loro garantita dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni e da altri strumenti internazionali pertinenti in materia di diritti umani.
La giuria formula le seguenti richieste preliminari al Canada:
- Attuare le raccomandazioni e le chiamate all’azione di tutte le commissioni e inchieste a partire dalla Royal Commission on Aboriginal Peoples del 1996;
- Rispettare l’autodeterminazione delle nazioni indigene e dei loro ordinamenti giuridici, in linea con l’UNDRIP, e interagire su base di relazioni tra nazioni:
- Rispettare i propri obblighi internazionali di indagare a fondo sui bambini scomparsi e di determinare dove si trovino le loro sepolture;
- Fornire un sostegno pieno, in buona fede e duraturo alle famiglie, comunità e nazioni indigene impegnate nell’identificazione dei bambini scomparsi e delle sepolture senza nome;
- Riconoscere e affrontare le conseguenze sulle donne delle pratiche e della legislazione coloniale, come l’Indian Act, il sistema scolastico residenziale e la continua sterilizzazione forzata delle donne indigene;
- Garantire che il sostegno continuo e futuro a questo lavoro sia coerente con i mandati delle Nazioni Unite sui diritti umani degli indigeni e sulle sparizioni forzate;
- Fornire finanziamenti sostenibili e a lungo termine per le indagini e le commemorazioni condotte dagli indigeni;
- Modificare la legislazione nazionale in materia di genocidio e crimini contro l’umanità per renderla coerente con lo Statuto di Roma;
- Condannare e combattere il negazionismo e l’incitamento all’odio sull’argomento delle scuole residenziali;
- Attuare pienamente la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (2021); e
- Sviluppare un’educazione pubblica guidata dagli indigeni sul diritto e la cultura indigena, sulla storia coloniale canadese e sul genocidio.

