I Paesi del Maghreb sono responsabili di crimini contro l’umanità nei confronti dei migranti.
L’Unione europea è corresponsabile per via del suo supporto finanziario a questi Stati e della sua politica di esternalizzazione delle frontiere.
Comunicato stampa in italiano, inglese, arabo, francese e spagnolo
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Rabat, 31 marzo 2026
Il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP)[1] ha tenuto una sessione a Palermo dal 23 al 25 ottobre 2025 durante il Festival Sabir organizzato da Arci, per esaminare le prove di violazioni dei diritti umani che costituiscono crimini contro l’umanità, secondo l’articolo 7 dello Statuto di Roma, presentate da vittime provenienti da vari Paesi africani.
I membri della giuria della 56ª sessione del Tribunale[2] hanno ritenuto che Algeria, Libia, Mauritania, Marocco e Tunisia sono responsabili di innumerevoli e ripetute violazioni dei diritti umani dei migranti, in particolare di quelli provenienti dalla regione subsahariana.
Il Tribunale ha riscontrato l’esistenza di una criminalizzazione sistematica della solidarietà basata su motivi razziali e politici, rafforzata dalle politiche di esternalizzazione delle frontiere dell’Unione Europea, in particolare nei confronti dei membri della società civile, come evidenzia la Sentenza presentata oggi.
I giudici ritengono che la discriminazione nei confronti delle popolazioni nere di origine subsahariana fa parte della lunga storia di persecuzioni del Nord Africa. Oggi, la retorica xenofoba e populista alimenta il rifiuto e la persecuzione di queste popolazioni. “Esiste nel Maghreb un fenomeno simile a quello europeo, dove il rifiuto generalizzato dell’immigrazione, radicato in un contesto storico razzista e in una retorica dominante basata sull’identità, coesiste con un bisogno economico di immigrati”, ha affermato Sophie Bessis, Presidente della giuria.
Christian Agbor, cittadino nigeriano che è stato detenuto e torturato in Libia, ha spiegato che, una volta arrivato in Italia, invece di ricevere protezione è stato arrestato e detenuto per quattro mesi. È stato accusato falsamente di traffico di migranti per aver attivato un segnale di soccorso. Ha testimoniato: “Quando sono sceso dalla barca, la prima cosa che ho sperimentato in Italia è stata la prigione. Mi sono chiesto se fosse colpa mia per essere nato nero”.
Un attivista della società civile, attivo dal 2011, che ha visitato numerosi centri di detenzione in Libia, tra cui quelli di Ganfouda (Bengasi), Enzara e Zaouia, nonché centri per donne e minori a Tripoli, ha descritto un sistema di detenzione per lo più controllato dalle milizie, alcune delle quali sono ufficialmente affiliate al Ministero dell’Interno e sostenute materialmente e finanziariamente dall’Unione Europea. Testimonianze e documenti confermano l’esistenza di sistemi di schiavitù, servitù, sfruttamento sessuale e lavoro forzato, in particolare nei confronti di persone provenienti dall’Africa subsahariana, dal Bangladesh e dalla Siria.
Il Tribunale osserva che “attraverso gli accordi in vigore dal 2016 con gli Stati di transito, quali la Turchia, la Libia, l’Egitto e la Tunisia, l’Unione Europea ha esternalizzato il controllo della migrazione a regimi autoritari, portando alla militarizzazione delle frontiere e alla delega della violenza ad attori coinvolti nella tratta di esseri umani”.
Rose, un’altra testimone che ha preso la parola durante le udienze pubbliche, ha raccontato la sua cattura da parte delle milizie libiche: “Ci hanno incatenati, bendati e venduti. Ci hanno detto: pagate, vi vendete o morite”.
L’approccio europeo, irrigiditosi nelle successive politiche della Commissione Europea, ha determinando il passaggio del tema della migrazione da questione prioritaria e vincolante del diritto internazionale umanitario a mera questione di sicurezza generale.
Le varie prove presentate al Panel dei Giudici sono rappresentative della serie continua di violazioni subite dai migranti. Tra queste, la mancata assistenza in mare e gli attacchi alle operazioni di soccorso, i respingimenti, l’abbandono nel deserto e la violenza razziale in Tunisia e nel Maghreb, la criminalizzazione delle organizzazioni della società civile in Tunisia, la repressione degli informatori e dei sindacalisti in Algeria, la discriminazione sistematica e la criminalizzazione della solidarietà, la repressione transnazionale della solidarietà, la mancata assistenza e i naufragi intenzionali, nonché la detenzione arbitraria, la tortura e i trattamenti inumani o degradanti.
Il Tribunale ha affermato che “la Tunisia, la Libia, l’Algeria, il Marocco e la Mauritania, in coordinamento con alcuni Stati europei, quali l’Italia, la Spagna, la Grecia e Malta, sono responsabili di aver rifiutato o ritardato l’intervento di soccorso ai naufragi nel Mediterraneo centrale e orientale, nonché nell’Atlantico, e di aver deliberatamente abbandonato persone in pericolo”.
Per quanto riguarda la responsabilità dell’Unione europea, il Tribunale osserva che le politiche dell’UE e dei suoi Stati membri in materia di controllo delle frontiere esterne e di criminalizzazione della migrazione si inseriscono in un contesto più ampio di erosione generale dei diritti umani, di sviluppo di meccanismi di sorveglianza e di controllo delle popolazioni, di retorica orientata alla sicurezza e al conflitto, di perdita di legittimità dello Stato e di ascesa profondamente preoccupante dei movimenti xenofobi e di estrema destra in tutta Europa, mentre Bruxelles promuove una politica commerciale aggressiva per assicurarsi le risorse naturali del continente africano.
L’avvocato Zakaria Benlahrech, specializzato in diritti umani e procuratore per questa sessione del Tribunale, ha sottolineato che questa criminalizzazione trascende i confini nazionali e diventa parte di una strategia regionale sostenuta dall’Unione Europea. “Non è più la migrazione a essere criminalizzata, ma la solidarietà”.
“Il salvataggio dei migranti in mare, l’offerta di alloggio e cibo e la documentazione delle espulsioni o degli atti di violenza sono azioni che vengono equiparate a reati penali, spesso con il pretesto delle leggi antiterrorismo o di sicurezza. Questa repressione crea un clima di paura diffusa che porta all’autocensura tra i giornalisti, al ritiro delle ONG e all’indebolimento dei meccanismi di protezione”.
Nelle sue conclusioni, il Tribunale sottolinea la natura sistematica delle violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti da parte degli Stati del Maghreb (Algeria, Marocco e Tunisia) e della Libia e della Mauritania, attraverso le loro politiche di repressione dei flussi migratori. Tuttavia, secondo il Tribunale, la natura sistematica delle violazioni non esclude che possano essere attribuite a responsabili specifici, siano essi Stati o individui. In altre parole, il fatto che le violazioni siano sistematiche non deve impedire l’accertamento di eventuali responsabilità.
“Per quanto riguarda i reati commessi nei confronti dei migranti, il diritto internazionale e le legislazioni nazionali costituiscono un solido quadro di disposizioni giuridiche a tutela dei loro diritti. Si tratta, per citarne alcuni, del principio di non respingimento e il riconoscimento costituzionale del diritto d’asilo in molti dei paesi interessati. Tuttavia, i diritti riconosciuti nella teoria sono spesso violati nella pratica. La decisione del Tribunale mira a contribuire allo sviluppo del contenzioso strategico, con il sostegno essenziale delle organizzazioni che hanno richiesto questa sessione[3] e di tutte le altre che si battono per la difesa dei diritti dei migranti, con l’obiettivo di garantire giustizia alle vittime.”
CONTATTI STAMPA:
Gianni Tognoni: +39 3471824914
Kamal Lahbib: +212 661142460
[1] Il Tribunale Permanente dei Popoli, di cui viene presentata la Sentenza, è un organismo indipendente istituito nel 1979, il cui statuto fondante è la Dichiarazione universale dei diritti dei popoli, proclamata ad Algeri il 4 luglio 1976. Ha svolto la propria attività tenendo 56 sedute pubbliche (l’elenco è disponibile online)
[2] Sophie Bessis (Tunisia–Francia), presidente del panel; Chadia Arab (Francia–Marocco); Amzat Boukari-Yabara (Benin–Francia); Wahid Ferchichi (Tunisia); Luca Masera (Italia); Braulio Moro (Francia–Messico).
[3] 54 organizzazioni rappresentate dal Forum sociale del Maghreb, dal Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) e dal Forum per le alternative marocchine (FMAS).

